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Stato vegetativo: guerre di religione e atroci dilemmi

E’ impressionante la recente conferma [Monti, 2009] di quello che  Owen et al. hanno documentato nel 2006. 

Owen aveva sottoposto a risonanza magnetica nucleare funzionale (fNMR) una paziente di 23 anni in stato vegetativo dimostrando che la giovane donna era in grado di immaginare di giocare una partita di tennis o di ripercorrere mentalmente le stanze della sua casa con un’attività  cerebrale uguale a quella delle persone normali. 

Queste osservazioni possono cambiare in modo radicale il nostro approccio alla valutazione delle persone in coma, in stato vegetativo (VS) o in stato di coscienza minima  (MCS), ossia a condizioni  tra le più misteriose e meno comprese delle neuroscienze. 

Il coma, che può essere definitivo o transitorio, è caratterizzato dall’assenza completa di capacità di risveglio e dalla mancata coscienza di sé e dell’ambiente circostante. Alcuni pazienti comatosi  possono recuperare il ritmo sonno-veglia, riguadagnare la capacità di chiudere e aprire gli occhi a intervalli regolari, e   passare   a quello che viene definito “stato vegetativo”. Comunque, i pazienti in stato vegetativo sono, per definizione,  inconsci e non partecipi. Di qui l’importanza della dimostrazione di Owen. 

In caso di ulteriore progressione verso un qualche grado di coscienza,  si  perviene allo “stato di coscienza minima”; espressione che definisce  la possibilità di manifestare  inconsistenti,  ma riproducibili evidenze di coscienza di sé e dell’ambiente. 

La distinzione tra stato vegetativo e stato di coscienza minima è, peraltro, del tutto sfumata;  gli errori di classificazione sono frequenti fino a raggiungere il 43% dei casi e,  malgrado l’importanza di una corretta definizione dello stato di coscienza in cui versa un paziente, la loro percentuale non è significativamente migliorata negli ultimi 15 anni  [Schnakers, 2009].  

La risonanza funzionale, rivelando la presenza di coscienza anche in persone che sono incapaci di manifestarla, può, anche se non sempre e non univocamente, svolgere un ruolo cruciale per la diagnosi differenziale tra stato vegetativo e stato di coscienza minima. 

Commento – La questione della permanenza di una possibile   partecipazione cosciente da parte di una persona in stato vegetativo, ha impatto difficilmente calcolabile sui comportamenti individuali e una rilevanza che va ben oltre quella neuro-scientifica. Nei fatti, la differenza tra una persona considerata “non cosciente” e una riconosciuta “cosciente”, è basata sulla incapacità della prima di segnalare la propria coscienza con una risposta agli stimoli che sia ripetibile, riproducibile, finalizzata e volontaria. Appare invece evidente che una persona può versare in uno stato in cui è cosciente, ma incapace di segnalarlo [Owen, 2006; Monti, 2009]. 

Bibliografia

Monti MM, Coleman MR, Owen AM. Neuroimaging and the vegetative state: resolving the behavioral assessment dilemma? Ann N Y Acad Sci. 2009 Mar;1157:81-9.

Owen AM, Coleman MR, Boly M, Davis MH, Laureys S, Pickard JD. Detecting awareness in the vegetative state. Science. 2006 Sep 8;313(5792):1402. 

Schnakers  C, Vanhaudenhuyse A, Giacino J, Ventura M, Boly M, Majerus S, Moonen G, Laureys S. Diagnostic accuracy of the vegetative and minimally conscious state: clinical consensus versus standardized neurobehavioral assessment. BMC Neurol. 2009 Jul 21;9:35

 

 

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